ECHI DA AUSCHWITZ

“Echi da Auschwitz” – Viaggio nella memoria attraverso le immagini di Alessandro Lercara e i testi di Barbara Odetto

“Ci sono viaggi latenti in ognuno di noi: esperienze che si vogliono vivere senza capire perché e senza sapere che cosa ci si possa aspettare. Uno di questi, per noi, era visitare i Campi di Concentramento e Sterminio di Auschwitz-Birkenau. Per questo, nel gennaio del 2011, abbiamo deciso di salire sul Treno della Memoria allestito dall’Associazione torinese Terra del Fuoco. Non sapevamo cosa avremmo visto e provato, ma tornati abbiamo capito che volevamo ricordare. Echi da Auschwitz è nata così. Il risultato è una mostra itinerante che nel 2012-2013 è stata esposta a Torino e in altre 5 città del Piemonte”.
Barbara Odetto & Alessandro Lercara

Due concetti fondamentali distinguono gli scatti fotografici: il movimento e l’eco. Le immagini puntano sul dualismo tra mosso e statico per rappresentare il tempo. Un tempo che si è fermato brutalmente per i deportati del Campo di Concentramento e Sterminio di Auschwitz-Birkenau, ma anche un tempo che scorre inesorabile, fugge via, e spesso cancella i ricordi. Il gioco di movimento e staticità reso negli scatti è quindi una traduzione visiva di un concetto molto più profondo: chi oggi entra nei Campi di sterminio rivive un passato che è ancora vivo, presente, attuale in tutta la sua forza. La storia, il tempo appunto, tende a cancellare e a rimuovere il ricordo, ma chi visita Auschwitz-Birkenau capisce immediatamente che il passato è ancora presente e urla nel vuoto e nel silenzio di questi luoghi.
L’eco, intesa come grido che si propaga nello spazio e nel tempo, è l’altro concetto tradotto in immagine. Nuovamente, il gioco tra fermo e mosso rappresenta l’eco che risuona nella vastità dl nulla. Perché Auschwitz, ma soprattutto Birkenau, sorgono in un nulla che per molti ha rappresentato tutto. Per sottolineare la potenza delle urla silenziose dei deportati ogni scatto è accompagnato da una breve frase: un pensiero, talvolta sottointeso, talvolta sarcastico, che non appartiene ad un prigioniero in particolare, ma ad ognuno di loro. Perché di fronte all’orrore, al dolore, all’annientamento le donne, gli uomini, i bambini, i ricchi, i ladri, i poveri, gli Ebrei così come i Rom di Auschwitz-Birkenau hanno sicuramente pensato o sussurrato quelle parole.
Nelle fotografie le persone non sono protagoniste. La loro presenza è evanescente: si avverte, si intravede solo in alcuni scatti, quasi bisogna cercarla. Il loro compito è ricordare, essere eco di una memoria e di un tempo che tendono a svanire, ma non devono.

Gli scatti
Le opere hanno un “formato panoramico” (cm. 120×35). Al centro di ogni foto vi è un elemento statico che viene enfatizzato dalle immagini ai lati; queste si ripetono e si sovrappongono per creare l’idea del movimento, del tempo che scorre e dell’eco dei ricordi. Una tecnica particolare adottata da Alessandro Lercara già in altri lavori e che cattura perfettamente la vastità degli spazi di Auschwitz-Birkenau e traduce senza retorica la realtà.

Il concept
Tanto le fotografie quanto i testi di Barbara Odetto vogliono testimoniare in modo creativo una realtà passata, ma ancora viva nella memoria collettiva. Lontano dall’essere una denuncia politica o razziale, la mostra è un momento di riflessione personale di ogni visitatore. Le immagini e le frasi si prestano a molte interpretazioni, legate alla sensibilità e al vissuto di ognuno e vogliono essere uno spunto per riflettere su quanto è accaduto e su quanto potrebbe ancora succedere. L’obiettivo è mantenere vivo il ricordo di un passato relativamente recente, ma che purtroppo sta svanendo perché i suoi testimoni stanno scomparendo.
Proprio per questo ognuno di noi deve essere eco e propagare il ricordo, alimentando l’informazione.

Ringraziamenti
Come dimenticare chi ha saputo scaldare i gelidi binari di Birkenau con un semplice “Io ti ricordo…” rendendo questa esperienza indimenticabile.
Grazie a Terra del Fuoco e a chi è salito con noi sul Treno della Memoria.
Grazie a chi ci ha aiutato a concretizzare un’idea.
Grazie all’Associazione Mai tardi-Amici di Nuto e alla Fondazione Nuto Revelli onlus che, con il finanziamento dei Comuni di Borgo San Dalmazzo, Cuneo, Fossano e Saluzzo hanno permesso la stampa delle opere.
Grazie ad InQubatore Qulturale e alla Biblioteca Civica Tancredi Milone che oggi ci permettono di continuare a ricordare.